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domenica 21 marzo 2010

IL MUSEO ARCHEOLOGICO OSPITA I BAMBINI DI 4 ANNI

Anche i bambini di 4 anni hanno avuto la possibilità di trascorrere, grazie ad un accordo tra comune di Teramo ed istituzioni scolastiche, una mattinata al Museo Archeologico. I bambini sono stati accolti dalla dott.ssa Gioia Porrini che, attraverso una storia molto coinvolgente, ha introdotto i bambini allo strano mondo dell'archeologia. In seguito, guidata dalla abile ed esperta mano della signora Loretta, la gioiosa scolaresca ha avuto modo di poter scoprire la creta (dai bambini definita pongo...) e con essa giocare e sperimentare forme espressive. Tutti i bambini sono rimasti assolutamente affascinati da questo strano materiale che non si può comprare ma bisogna raccogliere nei letti dei fiumi!!! Molto interessante è stato poi il momento in cui i bambini, per comprendere lo scorrere del tempo e l'attività dell'archeologo, hanno aperto la scatola del tempo preparata qualche giorno prima a scuola: uno scatolone contenente, divisi in tre strati temporali (1 anno, 2 anni, 3 anni) gli ogetti preziosi della loro infanzia.

mercoledì 10 marzo 2010

NON CAPIAMO PIU' LA NOSTRA CIVILTA'

Qualcuno potrebbe chiedersi se sia troppo prematuro avvicinare i bambini all'archeologia sin dalla scuola dell'infanzia. In risposta a e a motivazione della collaborazione avviata con il museo civico di Teramo, presentiamo un articolo apparso il 25 febbraio 2010 sul Corriere della Sera che può aiutarci a riflettere.
Denunce Ignoranza di ritorno, cementificazione, mancanza di fondi: l' allarme dell' archeologo per l' Italia e il suo patrimonio millenario.
Non capiamo più la nostra civiltà
«Città e campagne sono fiumi di storia che scorrono nell' indifferenza: è una questione nazionale»
La lingua si muove, anche nei suoni: sento giovani dire non «aglio» ma «aio». L' italiano risale a Dante e raggiunge il latino di Cicerone: una radice che si perde nei millenni e sboccia ogni giorno. La parlata di Maiorca è un catalano del Medioevo; il napoletano ottocentesco di un tassista di New York, una Pompei linguistica. Anche i linguaggi figurativi si sviluppano, innovando e congelando. È il nobile regno della storia dell' arte. Lo stesso accade con le costruzioni, che riprendono forme antiche oppure ci immettono in spazi mai percepiti, come nel «MaXXI» di Roma. È il nobile regno della storia dell' architettura. Questa capacità di viaggiare per testi e forme, scendendo e risalendo nel tempo, è l' essenza della cultura. Un aristocratico o un borghese, un contadino o un operaio, spaziavano da Omero o dalla Bibbia ai romanzi e al cinema, come se ogni uomo fosse un compendio di tutto il cammino umano. Poi è arrivata la stagione in cui presente e futuro hanno inghiottito il passato, entro individui sempre più isolati, esiti sì di una madre, forse anche di un padre, magari di qualche nonno, ma poi basta: «Hic sunt leones». In una condizione di vuoto storico, la cultura pare inutile. Essa non è più il presupposto di ogni promozione e attività. E venuto il tempo dei capi seducenti e dei loro seguiti, ubbidienti e incolti, che alla cultura hanno tolto mezzi - da decenni - senza tanto soffrire. I cittadini che qualcosa sanno, quasi se ne vergognano e comunque non vengono interpellati: servono a complicare le cose, mentre il desiderio è quello di semplificarle. Ma per semplificare deve esistere una complessità da ridurre. Bisogna affabulare, ma cosa comunica una testa vuota? Se qualcosa gli italiani sanno della lingua e della bellezza, ignorano la grammatica e sintassi delle città, delle periferie, dei villaggi, delle campagne, cioè la lingua dei paesaggi. Sanno qualcosa dell' ambiente - desiderano acqua e aria pulite - ma si arrendono davanti all' inquinamento visivo, allo spargersi della bruttezza, al cemento che divora l' inedificato. Non la ricerca e il patrimonio storico al primo posto - come Costituzione vuole - ma il cemento che ci intristisce e pregiudica un turismo che cala. Nessuno ha raccontato agli italiani la storia degli abitati e delle terre, sia a livello della Penisola sia a quello dei centri e dei loro territori. Ma città e campagne non si spiegano da sole, formano una lingua che dobbiamo apprendere, trame che dobbiamo ricostruire e comunicare. Già i musei di opere d' arte «mobili» raccontano poco, ma assai peggio andiamo per il resto. Architetture diffuse e coltivazioni non sono facilmente comprimibili in un museo e così la sommità del nostro patrimonio culturale, il contenitore che tutto ingloba, non riceve attenzione. Curiamo la persona, l' interno di casa, ma già l' ufficio è squallido, per non dire del più in là. Le città e i paesaggi sono fiumi di storia che scorrono e vi dovremmo distinguere le varie civiltà. Ma nel frattempo le arature profonde distruggono. Intere città antiche sotto campi di grano svaniscono per gli scassi. Una fattoria antica, di cui ieri scorgevamo i reperti tra le zolle, oggi non lascia traccia. Così Pompei cala centimetro per centimetro, in grande parte inedita, fino a quanto non resterà che polvere. Non è il muretto, il singolo reperto a preoccupare: è il tutto neppure documentato. Senza una campagna di racconti di insediamenti e di terre come quella che sta conducendo la Regione Toscana - ha offerto a cittadini fotografie aeree per scoprire palinsesti e progettare vite future - senza musei delle città e dei loro agri, senza trasmissioni televisive che narrino i luoghi facendoci scoprire come eravamo, senza mostrare la storia, gli Italiani rimarranno analfabeti della grande totalità del reale, dell' identità stratificata della loro patria e di loro stessi e sempre più si dedicheranno narcisismo avido, irregolare e amorale, che è il vizio di questo tempo. C' è una fame straripante di racconti che derivino da ricerche, ma l' offerta resta limitata e il ministero per i Beni culturali riceve solo poco più della metà della somma che è stato in grado di spendere. La cultura delle cose visibili è una droga benefica che il cervello si fabbrica, che ci riporta, dopo tanta distrazione, al gusto dell' attenzione. Il nostro Stato è ancora ragazzino, ma siamo nati su un suolo che non è l' Arizona ma un Eldorado di esperienza umana millenaria. Qui si radica la nostra identità, fatta di apporti diversi, di strati sovrapposti, di luoghi sommamente e densamente significativi, ammirati dai popoli del globo, tutti raccolti nella nostra Penisola e nelle sue Isole. Basta col trasformare campagne in periferie pseudourbane. È il momento di tradurre la cronaca morta in storia viva che sappia formare e affascinare i cittadini e coloro che vengono da lontano. È una questione nazionale, importante, quanto la scuola e la salute, che i nostri politici stentano a percepire, lo sguardo limitato alla prossima elezione. Quando verrà il tempo dei lungimiranti, di coloro che si preoccupano anche delle generazioni future? Se ci sono, a qualsiasi parte politica essi appartengano, battano un colpo. RIPRODUZIONE RISERVATA L' autore Andrea Carandini (foto) è nato a Roma nel 1937. Insegna Archeologia classica ed è presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali. È noto per la scoperta delle mura del Palatino del VIII secolo a.C. e per gli scavi nella villa romana di Settefinestre. Della sua pubblicistica, che è molto vasta, si ricordano: «Archeologia classica» (Einaudi), «Roma il primo giorno» (Laterza), «La nascita di Roma» (Einaudi), «La casa di Augusto» (Laterza)

Carandini Andrea
Pagina 47(25 febbraio 2010) - Corriere della Sera